Eventi Casale con gli occhi di un bambino
Casale con gli occhi di un bambino – ragazzino   tra il 1932 e il 1946


Prima della seconda guerra mondiale, in piazza c’ erano due grandi “alberoni”, in aiuole grandi rialzate da terra, che campeggiano ancora in qualche vecchia cartolina. Insieme alla splendida magnolia di Villa Poggeschi sulla via Montalbano *, gli alberoni erano palestra di gare tra ragazzi. La più frizzante: scalare l’alberone, premio per il primo il diritto di pipì dall’ alto sui compagni rimasti sotto. Fughe frenetiche, chi su chi giù per scansare doccia e disonore. 

 Al centro, tra i due alberi, una “vasca zampillante” di cemento lucidato a marmo, rotonda, alta, colonna al centro con piatto in alto, come un fiore: zampillo assente. Ogni salita sull’ aiuola, poi nella vasca, poi sugli alberoni, segnava una promozione sociale per ogni bambino della piazza. Ai gradi superiori si arrivava giocando “a bandiera” tra la porta della canonica e quella sinistra del comune, infine “ai rimandi” con i piedi e una pallina da tennis tutta pelata fino alla gomma. Alla riga alla più vicina a battimuro a buchetta erano giochi trasversali dal bambino all’ adulto. Al culmine i giochi a carte, briscola e scopa, con qualche ragazzino bravissimo.   A campana, anche se a strascico, era roba da bambine.                                          

Regole generali e dettagliate scolpite in una tradizione da chissà quando.Il sabato era fascista. Scuola, poi adunata, ginnastica, classi schierate sul campino da calcio lungo rio. Dalla scuola al campo in fila militare serpeggiante. Si andava in divisa, figli della lupa, corti tutto l’anno grigioverdi stoffa “militare” i calzoni, nera la camicia, due fasce bianche larghe tre dita, incrociate e fissate sul petto dalla M di Mussolini; i balilla, foulard celeste intorno al collo su camicia nera fermato dalla M. Avanguardisti, calzoni alla zuava grigio verdi, erano gli adolescenti. Al sommo della scala la GIL, Gioventù Italiana del Littorio. Faro di luce il Duce, Benito Mussolini. Che naturalmente ai bambini, ragazzi, adolescenti (e non solo) piaceva. Un po’ meno dalla guerra d’ Africa, ma era il prezzo per costruire l’ impero. Quando parlava da Palazzo Venezia, le radio, comunemente dette aradio, in paese tra tutte non si arrivava a dieci, la gente ascoltava nella piazza tra Comune e Teatrone dall’ altoparlante del “circolino” bar con biliardo e sede del partito.Era un Casale sterrato-asfaltato, la Montalbano scricchiolava sotto i cerchioni dei barrocci e delle carrozze a cavalli.                                                                                                                                                                                     

Le carrozze dei “vetturini” stavano ferme fin quasi dall’ alba davanti alla Frusa * e a Bricche * per accaparrarsi i clienti per Pistoia, specialmente nei giorni di mercato.  * Miliotti, il Gobbo, il Baglione, Bricche. Carrozza popolare, un ingresso da dietro, signorile uno per lato.16 dicembre 1936. Telegramma dello zio Gino da Lucignano. “Mamma deceduta stanotte”.  La nonna Ottavia era morta, non c’ era più, salita in cielo mi spiegava la mamma. Partenza nella notte con il balilla di Sandrino (babbo della Romana dei giocattoli). Una specie di incubo per i miei quattro anni, tra il sonno, il buio, i fari rari delle altre macchine, la pipì, ma bisognava non fare tardi. Della nonna non ricordo niente. Così sarà di me per Bianca.         Scendendo piano piano la china, sempre più spesso nei momenti di quiete serena, come da un nostalgico padellone di vinile mi girano nella mente motivi dimenticati. Così pareva. La famiglia canterina, Non passa più, Non dimenticar le mie parole, Le gocce cadono, Vado a zonzo, O mia bela madunina, Saran begli gli occhi neri, saran belli gli occhi blu, ma le gambe, ma le gambe, a me piacciono di più!  

 In piena guerra, “E Pippo Pippo non lo sa, che quando passa ride tutta la città, si crede bello, come un Apollo, e zampetta come un pollo! e “Maramao perché sei morto” dedicate maliziosamente a un Duce in splendore calante. Maramao, maramao, piccolo patrimonio canoro, il lascito prezioso della radio, scrigno magico, e delle donne di casa romantiche e sospirose in cerca di marito, cioè amore, sistemazione, figli.        Casa. Casa grande, territorio di sparizione ed esplorazione, tra cassetti, armadi, qualche scapaccione en passant dalla mamma, la soffitta! Tempi del “non si butta, potrebbe far comodo”, scatole scatoloni, casse cassette cassettine, bauloni bauletti baulini, mobili e mobiletti, pieni di ogni inutile cianfrusaglia. Utile per giocare, in soffitta, specialmente con le bambine (!).                                                                               Dalla soffitta al giardino. Piccolo, ma perfetto dalle mani della mamma. Luogo della fantasia, di scontri, si giocava ai banditi, battaglie a suon di lanci di zolle gialle strappate dal campo di Lolle, lì dietro, con Bombolino, Giorgio di Sirino detto Dodo, Luigi rossino contadino, Luigino della banchina, Giorgio, Giacomo, Emilio Milino, più tardi sor’Emilio. Arrivava la mamma; giardino giallo di zolle, qualche pianta o fiore steso. Fughe dal muro di cinta, schiaffi sulle gambe scoperte, rimbriscolate  in corsa. Sentenza: perdòno con pena subito applicata: pulizia generale. Ispezioni ripetute fino al “tutto a posto”. Allora pane, con olio sale e pepe, con burro e marmellata. Qualche volta dolci! Non scordiamo che per alcuni dei ragazzi erano lussi veri e propri. 

  In paese, fonte dolciaria le paste con la crema dalla Frusa * titolare di bottega e banco in piazza, con allegri e colorati,  “sigherini” e duri di menta da succhiare, con buona pace della prevenzione dentaria. Di fianco, a lato delle logge della chiesa il banco di Marino, sciroppi densi da allungare con l’acqua per bibite di ogni colore.                                                                                                                                   

 Fiera annuale a settembre dopo attesa di un anno. I borsellini di babbi, mamme, nonni, nonne, magicamente si schiudevano. I banchi di tutto un po’, tiro a segno carabina,  tre palle un soldo, pallina da ping pong in vasetti di vetro con pesciolino. Bottino finale, qualche pesce, qualche pupazzo, a mani vuote. Le giostre, gira gira sul cavallino, sognando quella “a calci in culo”, roba da grandi. A fine cena, la sera, il torrone, il panforte di Siena, tra i denti fino alla mattina. I brigidini di Sandro Vero da Lamporecchio, gioia del babbo, insieme ai fuochi artificiali di fine fiera dai finestrini della soffitta.    La scuola. Nonostante la spinta del partito per l’istruzione, bambini e ragazzi figli del popolo poco frequentavano, molto lavoravano, specie i contadini, stragrande maggioranza.  I più non superavano la terza elementare. La scuola era un lusso per tanti miei coetanei, un popolo di piccoli scalzi d’ estate, d’ inverno con gli zoccoli di legno auto artigianali. I più fortunati, gli chic zoccoli firmati Lilloni *bottega tra Ceccofabbro e il dr.  Silvestrini * succeduto al dr. Niccolai * del decennio pre guerra, i miei primissimi anni. A Cantagrillo, stessa storia, anzi peggio. Mentre uno dei nuclei del paese, Casale, rappresentava la “borghesietta” magra, erede del periodo felice di Casalon del Piano, i cantagrillesi, svanito l’ indotto artigianale  intorno alla Villa Costa Reghini, non ancora scoperto e largamente praticato  il commercio ambulante, della comunità erano con poche eccezioni i proletari, parola ancora poco nota, erano i poveri, insomma, i poveri dell’ Argonne.  

 Rivalità dalla notte dei tempi, in tutto e per sempre, tra casalini e cantagrillesi. Il figlio del farmacista era, per confronto, modesto signorino, anche se condivideva usi e costumi del paidopopolo paesano, con l’unica eccezione di non partecipare alle periodiche sassaiole tra casalini e cantagrillesi, teatro Le Valli.  Avevo paura.    Uscendo dal vespro, la domenica, dopo un’oretta di “Magnificat anima mea Dominum” dalla voce possente di don Verucchi, battaglie con i fiammiferi controvento. Ma io avevo paura. Meglio, sempre e dovunque, il calcio, da giocare dovunque fosse uno spazio giocabile, fino al mitico Campino lato Bucigattoli del Casalguidi glorioso anni venti trenta, di Alfredo, di Dino della Landa, di Peppinello, di Lidio Cappellini, di Cencino. Il Teatrone prendeva il suo nome popolare dall’ ampiezza rispetto al  preesistente Teatrino della Ricciola, degradato poi a sala da ballo. C’ era una Filodrammatica in paese, regista l’ Adelasia, repertorio  qualche commedia sentimentale in voga. Arte poca, passione, entusiasmo, socialità da vendere. Aneddoti canzonatòri tanti. Esempio caduta dalla  scena in buca predisposta con materasso ricevente, una volta mancante, tuffo sul cemento conseguente, litania di moccoli emergente  dal fondo del sepolcro. O come alla battuta “Si segga il cavaliere”, cercasi sedia, esce di scena Barghino, rientro con sedia, inciampo emozionale e ruzzolone, finalmente cavaliere seduto. Spettacoli eccezionali la Passione di Gesù, la Battaglia di Sifata (?).Dalle piazze di Casale partivano due delle cinque vie consolari del paese, per “il pian di là”, dietro il Montalbano, o il pian di qua, Pistoia, Prato, Firenze. Via SanBiagio, a sinistra, (assente l’ Ariston postbellico), ponticino del Bonomini a schiena d’ asino, sotto di squincio i lavatoi pubblici, gare scavalco del rio, casa Buonomini, in piano fino alla Madonnina dell’ Imbertuccia, attacco della salita, e stop per le  mie esplorazioni.                                                                                                                                        Di fianco al teatrone, via Bucigattoli, esplorata fino al Castel de’ Morelli, a sinistra, scoperta intera durante l’ ultimo mese dell’ occupazione tedesca, spedito dai miei genitori dall’ Agnese, per proteggermi lontano da casa dai rischi della guerra. Lassù, cominciai a capire la saggezza nascosta nell’ ignoranza del contadino. Di lassù vidi la piana dell’Ombrone sotto i bombardamenti delle fortezze volanti sulla ferrovia, i treni merci carichi di esplosivi centrati in pieno, trasformati in colonne di fumo e di fuoco. Imparai la segnaletica del lenzuolo teso giù in basso in posto fisso, “tedeschi in arrivo”. Ciò nonostante, vidi rabbia e lacrime negli occhi dei contadini durante la totale razzìa di bestiame di una nascosta stalla a seguito della spiata (forse) di un  questurino sfollato al Maccin di Vetta. Terza consolare via Catavoli, dalla cabina in su, passando sotto il ponte del Barbone, a sinistra Baco, a destra Le Valli e la via de’ Bobi, proveniente dalla piazza di Cantagrillo destinazione il Castel de’ Bobi. Il territorio era costellato di Castelli, Castel de’ Bobi, de’ Morelli, di Camme, de’ Toni, non turrite magioni, gruppetti di case.  Torno all’ aradio. In casa la radio c’era, nel salotto da pranzo. Un mobile scuro e austero, con colonnine a spirale sul davanti, assai più alto di me. Luogo sacro del babbo durante il giornale radio.                                                                                                                                                           Nel 1939, due ricordi per i miei sette anni, ancora nitidissimi.                                                                                                                                                                             Il Primo marzo. Dalla farmacia si andava in casa e viceversa e dalla farmacia si poteva ascoltare la radio dal salotto. Accanto alla porta c’ era una cassa marrone con dentro le stagne puzzolenti dell’olio di ricino e dell’olio di fegato di merluzzo, il purgante e il ricostituente tutti e due cattivi “come il veleno”. Stavo facendo i salti dalla cassa, la mamma mi bloccò per ascoltare. Dal Vaticano fu annunciata l’elezione del nuovo Papa, Eugenio Pacelli. Da quel giorno ogni giorno pregò Dio e tutte le nazioni per la Pace.                                                                                                                                                                                                          Il primo settembre, voce affilata, l’inizio della guerra, con l’invasione tedesca della Polonia.  E a me non riusciva capire, proprio no, perché la mamma piangesse silenziosamente lì, appoggiata alla radio. La guerra noi bambini ci affascinava come un gioco o un’avventura esaltante, un sogno di forza e di potenza, come nei giornalini, i fumetti di allora.  Fatti i compiti, spesso lavoravo, a cachet, soldo, diecione, ventino, in farmacia. Chiudevo le cartine, quelle di carta bianca, quelle spesse di carta oleata, secondo le medicine da contenere. Erano gli anni del galenico, la specialità era agli esordi, poco diffusa ancora. Il Gastropepsin, per esempio. Lo prendeva sempre, prima della guerra, un contadino anziano di San Biagio, una lira (supponiamo). Passata la burrasca, si ripresentò per la sua bottiglietta digestiva. Pronta. Quant’ è? otto lire (Risupponiamo). Occhi sgranati. Sedia. Meditazione. Me la dia. Borsellino, soldini uno per uno fino alle otto lire. Sguardo al mucchietto. “Era meglio se me l’ ero pipi!”.                                                                                                                               Tutti i giorni, febbre o dolori, aspirina, piramidone caffeina, sciroppo al bromoformio per la tosse, altra schifezza, tutto hand made! vanterebbe ora la pubblicità. Intanto, durante e dopo gli anni dell’asilo, dalle suore studiavo svogliatamente musica e pianoforte da Suor Teresita, una aristocratica signora romana, bella e affascinante. Severa. Non si andava d’ accordo. Ho sempre dato colpa a lei del mio fallimento in musica, ma è falso, fu bighellonaggine. Quanto rimpianto poi, quanta bellezza recuperata come ascolto solo negli anni della maturità, fino a poco fa. Ora la musica mi affascina e mi commuove, come sempre. Ma senza rimpianti pianistici, Il tremito della mie mani oggi mi avrebbe fermato, aggiungendo pene a dolore.        Nel giugno del ’40 anche l’Italia entrò in guerra.    Noi bambini e ragazzi, si ammirava Hitler, chi più chi meno, secondo l’ età, la maturità politica e le propensioni della famiglia. Guerra lampo, Hitler dilagava.    La guerra da noi si presentò, prima che con le bombe, con qualche amara novità.    Le tessere annonarie, alimentari razionati, la carne per esempio, poi fino al pane e alla pasta.      Il coprifuoco, divieto di uscire di casa dopo una certa ora, quando per circolare occorreva il permesso delle autorità. Oltre ai militari, lo avevano medici e infermieri, i sacerdoti, i fascisti doc, qualche raccomandato innamorato.    L’ oscuramento. Un mondo buio, senza una luce alle finestre, fischi dei vigilanti ad ogni spiraglio visibile.  Nel 1942, dieci anni, scuola media a Pistoia, alloggiato con Franco del Pacini da due zitelle in via Laudesi. Una sera, durante la cena, suonò l’allarme. Il giorno dopo finì il nostro soggiorno in città.                                                                                                    A casa. Una sera, mentre si cenava, una mitragliatrice visinissima cominciò a sparare senza sosta. Giù, giù urlò il babbo, a terra! Ci si rese poi conto che in realtà era la persiana scorrevole della stanza che sbatteva, scossa da una forza misteriosa. Socchiudendo appena appena la finestra si sentirono distintamente tonfi violenti di bombe una dopo l’altra. La mitragliatrice era lo spostamento d’ aria dal primo bombardamento su Pistoia, allora snodo importante dal e per il nord.   Il giorno dopo la Bruna mi portò a Pistoia a vedere gli effetti delle bombe, le case sventrate, mezze su e mezze giù, letti penzolanti sul vuoto, una tavola ancora imbandita a un secondo piano senza più commensali. La scuola media di via Fonda, la mia scuola, centrata in pieno. La musica stava cambiando sempre più in fretta. Italia via dalla Libia di Rommel e del Maresciallo Graziani, sbarco in Sicilia degli alleati, Napoli, sbarco a Ostia, la tenace resistenza dei tedeschi all’ Abbazia di Montecassino, Roma la Toscana, ultima terra prima della mitica linea Gotica e del Po.           Ogni giorno aumentava il numero dei tedeschi in paese. Tra l’altro sequestravano camere per gli ufficiali e i loro attendenti. Da noi c’era un maggiore, educato, riservato, silenzioso. Reinhat, Renato, era l’attendente, simpatico puntatore.   Avevano disponibilità di cibo. Noi si aveva fame. Considerato il signorile comportamento del maggiore, la mamma giocò la carta dell’invito a cena che il maggiore accettò con gioia manifesta. Si mangiò dopo tanto, chiacchierando. Il maggiore parlava un italiano stentato ma comprensibile. Il vino l’aiutò. Era un docente di lettere all’ università di Dresda o Lipsia, non ricordo bene. Mi sembrò di grande cultura. Per quanto evidente dai fatti, il babbo, timoroso, azzardò chiedendo al maggiore il suo parere sulla guerra. Con mestizia evidente, “in cieli Normandia, cieli Germania, cinque milia aerei sempre, sempre”. Era consapevole che la guerra del Reich era perduta. Il babbo provocò. Ma Hitler? Gli occhi di quell’uomo equilibrato di superiore cultura, guizzarono di una luce folle, fissando il nulla, e continuavano a recitare come una preghiera in un crescendo non di tono ma di intensità della voce a recitare Hitler, Hitler, Hitler.   Dopo due giorni partì in gran fretta senza salutare.     La scuola media era sfollata a Quarrata, e ogni mattina si partiva in bicicletta, Franco, Giancarlo, la Bonella, Sergio, Maurizio, con qualunque tempo, per andare a scuola. Assai presto si rimase in due.  Al ponte di Maraviglia si raccattavano i due del Santonovo, il Maraviglia e il Pratesi. Compiuto il secondo anno, arrivati gli alleati, solo io rimasi a Quarrata per il legame con la professoressa di lettere, signora Lucchesi, la “fondatrice” della mia piccola ma resistente cultura letteraria ormai di una vita. Ogni mattina, con qualunque tempo, sulla bicicletta Dei, nera, grande, pesante, un carro armato. Andata e ritorno. Le strade d’ inverno erano impegolate di fango. L’ argine della Stella era pulito e pericoloso. Quello si faceva in compagnia, quello facevo da solo. Un giorno trovai un ragazzo della mia età, di Catavoli, che con una sporta di truciolo intrecciato tornava da “cercar di pane”. Ti monto sulla canna? Un’ mi par vero. Partenza, argine Stella, venti metri, spuntone maligno di canna, caduta, meno male verso la strada, non nel fiume! Conciati come maiali. I tozzi di pane di B. per la terra fangosa furono religiosamente raccattati, puliti non so come, rimessi nella sporta. La carovana ripartì, questa volta sotto Stella, e il bello fu che arrivò anche a casa. Era tardi però.     A fine estate del ’44, mi pare, gli alleati erano nel pian di Lamporecchio prima di superare il Montalbano. Era dura. Ma la notte, per due o tre notti, cominciò una teoria di germanici carri di legno trainati da cavalli, vuoti o con poche cose, e lo zoccolìo ci cullava per tutta la durata della notte. Era la ritirata. Marciavano disciplinati i soldati, silenziosi a capo basso. Una sera un gruppo passò cantando sotto voce Lilì Marlen, la bellissima canzone lanciata dalla Dietrich, cadenzata e triste, come un presentimento. Ci avvertirono che, come d’ uso, venivano sparsi esplosivi e trappole per il nemico il più possibile. Sulla Montalbano fu minato il ponte del Pacini, quello sopra il vecchio rio ricoperto. Una quantità incredibile di esplosivo che, si disse, alcuni partigiani riuscirono a scemare all’ ultimo momento. Ci consigliarono di evacuare la casa. In una notte di pioggia tempestosa, si finì con tanta gente nelle cantine ospitalissime di Villa Borchi, dove il vecchio sigor Alfredo faceva gli onori di casa tenendo un fazzoletto premuto sulla testa ferita da un calcinaccio. Un signore. La notte cominciò a scorrere nell’ attesa del salto del ponte e delle sue conseguenze. Quante e quali case sarebbero crollate? Il tempo non passava. Si sonnecchiava febbrilmente. “L’ alba vinceva l’ora mattutina” quando si sentì un botto fragorosamente minaccioso. Corsi fuori ignorando tutti i richiami, corsi girando l’angolo della casa di Pancino, e vidi le case, la nostra, quelle dei Bugiani, le altre, dritte dove erano da sempre. Tornai di corsa gridando verso la cantina che intanto si andava svotando, Babbo, babbo, mamma, mamma è ritta, è in piedi!!! Le case vicine al ponte erano state spazzate via tutte. La Chiesa era ferita. La cupola soprattutto, che ancora ogni tanto lasciava cadere mattoni ai piedi di un proposto Verucchi con gli occhi pieni di lacrime.    La mattina dopo sui paracarri d’ angolo di via Pontassio e del paese stavano seduti due soldati con l’elmetto piatto tipico delle truppe inglesi. Più tardi arrivarono gli americani e fu la scoperta di un mondo a noi sconosciuto, di scatolette d’ ogni genere, di macchine fotografiche, camere, zoom, cioccolato. Il boogie woogie!     Ma non era finita. La notte, un aereo solitario volava indisturbato sganciando bombe qua e là. Una bomba da 50 kg. sfondò la casa di Bugiano, tirò giù la trave di centro che cadde a ponte sul letto del nonno Lorenzo, rimasto illeso, sconcertato, coperto di calcinacci, e finì nel cortiletto lì accanto dove stette tranquilla per tanti mesi, forse anni, quasi guardando i curiosi con un suo occhio rotondo impresso su un fianco.    I tedeschi si erano ritirati ma non molto. Dalle piccole alture di Collina e Vinacciano battevano la Montalbano con l’artiglieria. Ci furono dei feriti, Pacino e suo figlio Graziano, la Marianna Pagnini, raccolti dai partigiani locali in farmacia, nella speranza di poter prestare qualche primo soccorso. Arrivò una cannonata sul bordo rialzato del parterre delle ‘Dalinde *sulla Montalbano di fronte alla farmacia. E fu una strage. Una lapide commemorativa sulla facciata della mia casa. sulla facciata della mia casa. sulla facciata della mia casa  è tutto quello che è rimasto di quella tragedia della guerra.          Riaprì il Teatrone con Narciso Parigi e altri cantanti, della tradizione non del futuro.  I ragazzi eran tutti affacciati dalla galleria sulla sala sgombrata per una serata di ballo. Quello che giovanotti e mariti trovavano  allora per rifarsi un guardaroba post bellico era una flanellaccia grigia di Prato, e i vispi ballerini parevano ancora in divisa, un condivisa divisa.    Il 1° di maggio del ’46 fu il mio primo primo maggio. Dalla piazza uscì verso Cantagrillo, davanti a casa, un fiume di bandiere rosse meno una, bianca, portata da un lungagnone curvo in testa al corteo. Era Florio Colomeiciuc. Così feci diretta conoscenza della democrazia.    Naturalmente, in tutto questo tempo gli amori, le bambine e qualche più matura docente (di amore). Dal sogno pensato al concreto, più o meno e confusamente, ricordo Luisina, Rosanna, Donna, Pupa, Giuliana, Giovanna, Solidea, Anna sarda, Elda, Anna, Alba, Annalisa. Dopo, l’amore. Troppo serio per parlarne qui, anche se tra noi. *1 Villa divenuta nel dopoguerra struttura popolare con bar e pista da ballo Milleluci                                                                                                                                                  *2 Eufrosina Grani Gargini                                                                                                                              *3 Dino Gargini                                                                                                                                     *4 Emilio Gargini detto Miliotti, Dino Gargini detto Bricche, Gargini il nome non lo ricordo detto il Gobbo, il Baglione, unico non Gargini.                                                         *5 Silvano Niccolai, casa dopo il ponticino di assi di leghno angolo campino di calcio.                                                                                                                                            *6 Dott. Giampiero Silvestrini detto dal popolo Salvestrini                                              *7 Niccolai nome dimenticato, succeduto a sua volta al primo  medico di Casalguidi, dr. Benti, villa a sinistra verso Catavoli, Benti, Baldi, Pisaneschi.Quanto ho scritto è, bene o male, un campione delle esperienze della mia infanzia e adolescenza, bambino poi ragazzino.                                                                                                                  Se fosse una cronaca sarebbe assai più lunga, più ricca e più noiosa.           Sperimo non lo sia questo saltar di palo in frasca.

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